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La via di mezzo [fra la diffamazione e la calunnia]

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Sottotitolo: Monti non si candida a cariche governative  forse perché (anche lui?!) mira più in alto, al Quirinale? non so, ma a me non piace per niente questa ipotesi, un robot salvabanche non è certamente meglio del vecchio satrapo. Nessuno dei due ha le caratteristiche che dovrebbe avere un presidente della repubblica, dunque di tutti [Giorgio, non dicevo a lei, tranquillo].

 

Scalfari, più amico di Giorgio che della verità

Trattativa Stato-mafia

Ingroia risponde a Scalfari (e lo perdona)

Antonio Ingroia non è solo un magistrato integerrimo, che applica “la legge eguale per tutti”, è anche un gran signore. Domenica sera, durante un dibattito alla “Festa dell’Unità”, ha replicato alle accuse di Scalfari (fondate sul nulla, se dovessimo usare una locuzione molto in auge nel Colle più alto), ma lo ha anche perdonato in nome della sua storia di padre del giornalismo.

di Antonio Ingroia – Micromega

Sono assai stupito che un padre del giornalismo, in genere molto attento a essere dettagliatamente informato su tutti i temi che è solito affrontare, ignori la normativa ed esprima un’opinione così disinformata, accusando la Polizia giudiziaria e la Procura di Palermo di illeciti gravissimi. Noi abbiamo sempre e soltanto applicato la legge con il massimo delle cautele (…)

Oggi purtroppo [Scalfari] commette un infortunio che normalmente non accade a giornalisti di questa levatura, semplicemente non essendosi informato sulle leggi vigenti in Italia oggi, e accusando [la Procura di Palermo] di aver commesso degli illeciti, siamo tra la diffamazione e la calunnia, ma comunque sorvoliamo, perdoniamo a Scalfari per la sua storia questo tipo di reazione per la verità un po’, diciamo così, sopra le righe.

(10 luglio 2012)

Più che perdono a me pare una pietosa compassione, ma ognuno, alla fine, sceglie in che modo finire una carriera. Ingroia è un gran signore, al posto di una denuncia per falso e diffamazione ha preferito quella della “comprensione”.

Il povero  Giuseppe D’Avanzo si starà rigirando nella tomba a vedere com’è ridotto il quotidiano a cui ha dedicato gran parte della sua vita fino all’ultimo giorno.
Il problema è, come scrivevo ieri, che persone più giovani sentano come una specie di dovere morale quello di rispettarne altre in virtù della loro anzianità, storia eccetera, non si infierisce su due quasi novantenni: Napolitano e Scalfari, che però non mollano, anche se  hanno cariche e ruoli importanti,  significativi, di rilievo, godono di ampie ribalte, pulpiti autorevoli dai quali fanno affermazioni pubbliche in grado di disorientare e impedire alla gente di farsi una giusta opinione sui fatti che riguardano il nostro paese.


Al cittadino non far sapere
Marco Travaglio, 11 luglio

Ue’ guaglio’!”. “Scusi, con chi parlo?”. “So’ Nicola, Nicola Mancino: l’amico D’Ambrosio m’ha detto di chiamarti per fare qualcosa contro ‘sti malamente dei piemme di Palermo che si so’ fissati co’ ‘sta pinzillacchera della trattativa”. “Guarda, Mancino, con tutto il bene che ti voglio, hai sbagliato indirizzo. Anzitutto non sono un ‘guagliò’, ma il presidente della Repubblica. E, come capo del Csm, non solo non ho alcun potere di interferire in un’inchiesta in corso, ma ho pure il dovere di difendere l’indipendenza dei magistrati.
Dovresti saperlo bene, visto che del Csm eri il vicepresidente…”. “Ma guagliò, cioè presidè, chisti piemme insistono, dicono che so’ bugiardo, organizzano confronti co’ Martelli…”. “E io che ci posso fare? Se non hai nulla da rimproverarti, vedrai che la tua innocenza alla fine verrà fuori. Noi siamo i primi a doverci fidare della magistratura perché apparteniamo a una categoria privilegiata: sennò con che faccia diciamo a un cittadino qualunque che deve aver fiducia nella Giustizia?”. “Presidè, è ‘na parola, chilli vogliono incriminarmi pe’ falsa testimonianza! Ammè, capito, a Nicola Mancino!”. “Guarda, caro, se hai qualche lagnanza nei confronti di un pm, manda un esposto al procuratore, al gip, al presidente della Corte d’appello, al procuratore generale, al Csm, alle Nazioni Unite, a chi pare a te, ma lasciami fuori. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ricordi? Lo dice la nostra Costituzione, su cui hai giurato un’infinità di volte…”. “Ma presidè, siamo amici, m’hanno rimasto solo, non mi parla cchiù nisciuno…”. “E pazienza, prenditi una badante, gioca a bocce, fai come ti pare, ma non permetterti più di disturbare il Quirinale. E lascia in pace il povero D’Ambrosio che non ce la fa più. Sennò ti denunciamo per stalking ai sensi della legge Carfagna.” Sarebbe bello se, per troncare le polemiche e i sospetti seguiti alla notizia che due sue telefonate sono state intercettate sull’utenza di Mancino, il Capo dello Stato chiedesse ufficialmente alla Procura di non farle distruggere e di trasmettergliele. Per renderle pubbliche e dimostrare agli italiani che davvero le illazioni sul suo conto sono “costruite sul nulla”. Che possiamo fidarci della sua correttezza e imparzialità. E che le condotte border line che gli attribuisce D’Ambrosio al telefono con Mancino sono solo millanterie per levarselo di torno. Insomma che non è vero che Napolitano parlava con Grasso e col Pg della Cassazione per mettere in riga i pm di Palermo con la scusa di “coordinarli” con i colleghi di Firenze e Caltanissetta. Non è vero che Napolitano suggeriva a Mancino di concordare una versione di comodo (cioè falsa: la verità non si concorda) con Martelli che lo contraddice. Anzi, si atteneva scrupolosamente al protocollo di coordinamento varato l’estate scorsa dal Csm (da lui presieduto) con Grasso e le tre Procure. E non lo sfiorava neppure la tentazione di favorire Mancino, avendo come unico obiettivo la ricerca della verità sull’indegna trattativa Stato-mafia. Purtroppo, almeno finora, il capo dello Stato non ha voluto raccogliere il consiglio che, per il bene dell’alta istituzione che rappresenta, gli ha rivolto il Fatto. Anzi, ci risulta che ha mandato avanti l’Avvocatura dello Stato per contestare la mossa assolutamente legittima e doverosa dei magistrati: quella di intercettare tutte le conversazioni di Mancino, comprese le sue. E non gli giova l’incauto prodigarsi di uomini a lui vicini, come Scalfari, che ancora ieri, in una selva di supercàzzole giuridiche, intimava ai pm di Palermo di fare subito ciò che non possono: “Avviare la procedura di distruzione” delle telefonate Mancino-Napolitano. La domanda sorge spontanea: perché tanta fretta? Forse che, nelle due bobine, c’è ben più del “nulla” che lui ha solennemente garantito? Presidente, ci illumini: in quei nastri c’è qualcosa che non sappiamo e soprattutto non dobbiamo sapere?

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