Bavaglio tecnico, che idea

In un paese democratico definito “parzialmente libero”  dalle classifiche internazionali (l’ultima di Reporter Sans Frontières ci piazza al 61° posto  dopo Cile e Corea del Sud, per dire)   per quanto riguarda la libertà di informazione il ministro Severino intravvede il pericolo nei blog.
E riesce perfino a dirlo restando seria.

“Per Severino quello dei blog è «un fenomeno certamente positivo per certi aspetti, ma nel quale si possono annidare anche cose negative, può essere un punto criminogeno. Questo mondo va regolamentato e pur nella spontaneità che ne rappresenta la caratteristica non può trasformarsi in arbitrio»”.

Lettera 43 allarga il tiro. I blog rappresentano un fenomeno pericoloso. Almeno così la pensa il ministro della Giustizia, Paola Severino, secondo cui bisognerebbe «reprimerne l’abuso». Intervenendo a Perugia a un dibattito su etica e giornalismo, il Guardasigilli ha spiegato: «Il giornale ha una sua consistenza cartacea. Il giornalista e l’editore sono individuabili ed è dunque possibile intervenire. Il blog ha invece una diffusione assolutamente non controllata e non controllabile. È in grado di provocare dei danni estremamente più diffusi. Ecco perché bisogna vederne anche la parte oscura».

[Nella ricerca presentata da Enrico Finzi si sostiene che internet è la fonte più attendibile mentre i giornalisti sono considerati scarsamente attendibili.]

Questa è la considerazione che ha la politica (anche quella sobria) dei cittadini: una massa di idioti che non sanno distinguere il buono dal cattivo e ai quali serve sempre la manina per attraversare la strada. Dove per ‘manina’ s’intende ovviamente censura. Che poi l’Italia sia già un paese da sempre considerato e classificato parzialmente libero in fatto di libertà di informazione  ed è l’unico paese democratico in cui al possessore di almeno l’ottanta per cento dei media suddiviso fra giornali, televisioni private, controllo diretto su quella pubblica, case editrici eccetera sia stata consentita l’ascesa politica è solo un dettaglio che, evidentemente alla Severino (e non solo a lei, purtroppo), deve essere sfuggito. Così come deve esserle sfuggito che in Italia non c’è una legge che regolamenta il gigantesco conflitto di interessi che, grazie a berlusconi e alla politica che non lo considera un problema non è mai stato affrontato come invece sarebbe stato opportuno fare.

Così come si fa in tutti i paesi normalmente civili dove O fai l’imprenditore, l’editore,  O fai il politico.

Dove la stessa persona non può fare il controllore e il controllato.
Tutte le piattaforme hanno gli strumenti per impedire che vengano veicolati messaggi inneggianti ad odii di vario genere, istigazioni e apologie. La tutela legale esiste già. Basta ricorrere al giudice.
Il tema che il centrodestra (governo compreso)  e di una politica letteralmente terrorizzata dalla potenza dei social network, dei blog e di chiunque esprima pubblicamente un dissenso, stanno cercando di far passare è che chiunque possa pretendere la censura senza bisogno di ricorrere al giudice.

Il che significa non poter pubblicare più niente su  niente e nessuno.

Pensare che debba essere la censura preventiva ad impedire gli abusi è una solenne STRONZATA.
Oggi, inoltre, basta venire a conoscenza del codice IP di un utente per mettere in moto la giustizia, sporgere regolari denunce.
Internet non va “normalizzato”, controllato, censurato, si dovrebbe semplicemente incentivare un buon uso della Rete, ma questo come sempre è solo un fatto culturale che non va risolto con la censura ma con l’educazione.

Bavaglio tecnico, che idea
 Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 27 aprile

Ideona: una legge bavaglio sulle intercettazioni. Siccome non l’aveva ancora avuta nessuno, se ne sentiva proprio la mancanza. Ieri ci ha pensato la ministra della Giustizia Paola Severino, al Festival del giornalismo. Lì la Guardasigilli ha detto anche cose pregevoli: la cronaca giudiziaria deve riportare “non solo le voci dei magistrati, ma anche quelle della difesa”; e i danni subiti dall’accusato poi assolto sono ingigantiti dalla lunghezza dei processi, che allontana a dismisura il momento del giudizio definitivo. Purtroppo, come tutti i suoi predecessori, la Severino non fa nulla né spiega come intende abbreviare i tempi. Eppure le soluzioni sono semplici: ridurre il contenzioso (Davigo e Sisti, in Processo all’Italiana edito da Laterza, spiegano come si fa) e le fasi del giudizio, che in Italia sono almeno cinque: indagini preliminari, deposito atti, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione. Basta abolire il deposito atti e l’appello (fuorché in presenza di prove nuove) e rendere convenienti i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) bloccando la prescrizione al rinvio a giudizio, per dimezzare i tempi della giustizia e liberare enormi risorse finanziarie e umane. Sulla cronaca giudiziaria e sulla pubblicazione di atti d’indagine e intercettazioni, la Severino una soluzione la indica: ma è quella sbagliata. La stessa già battuta (fortunatamente con scarso successo) dal centrosinistra col ddl Mastella e dal centrodestra col ddl Alfano: “Filtrare ” e “limitare ” le notizie pubblicabili durante l’inchiesta perché “è nelle fasi interlocutorie delle indagini che più di frequente avviene la diffusione della notizia”. Dunque il pm o il gip dovrebbero “escludere le notizie che non sono rilevanti e attengono esclusivamente alla sfera personale delle persone interessate dal provvedimento, anche quando il provvedimento viene consegnato alle parti”, cioè non è più segreto. Nel 2012, in piena comunicazione globale, siamo ancora lì a spaccare il capello in quattro per distinguere fra notizie pubbliche e pubblicabili, e fra giornali e blog (che, per la Severino, “fanno più danni dei giornali”). Una follia e una sciocchezza. Una follia perché, una volta notificati gli atti (si spera completi) agli avvocati, questi non hanno alcun dovere di mantenere il segreto, nemmeno sulle notizie non penalmente rilevanti, anzi hanno spesso l’interesse a farle trapelare.
Una sciocchezza perché ciò che non è rilevante per il pm o per il gip può esserlo, e molto, per il giornalista e per i lettori, cioè per i cittadini elettori. Al magistrato interessano i reati, al cittadino (e dunque al cronista che ha il dovere di informarlo) anche le questioni etiche, deontologiche, politiche e persino personali, se si parla di un personaggio pubblico che magari predica bene e razzola male. Altro che “secretare informazioni che metterebbero in crisi le indagini” e “intercettazioni non rilevanti per il procedimento” per “salvaguardare la sfera personale”. La secretazione delle notizie a fini investigativi è già prevista dal Codice. Quanto alla sfera personale dell’indagato o, ancor di più, del non indagato, è già protetta dalla legge sulla privacy, che prevede sanzioni penali.
Esempio: Bossi non è indagato, ma se il suo tesoriere tiene la sua famiglia allargata a libro paga coi “rimborsi elettorali”, gli elettori lo devono sapere. E devono sapere se Formigoni, non indagato, si fa pagare le vacanze da un faccendiere che ingrassa grazie all’amicizia con lui nella sanità convenzionata. La ricetta per garantire una cronaca equilibrata non è dunque filtrare e secretare, ma al contrario fornire ai cronisti tutte le carte dell’inchiesta non coperte da segreto, e anche delle indagini difensive. Intercettazioni comprese. Spetta poi al cronista pubblicare quelle di interesse pubblico e lasciar perdere le altre. Se sbaglia o diffama o viola la privacy, paga. Ma almeno ha il quadro completo dei fatti.
 E, se qualcuno ha paura dei fatti, sono affari suoi: male non fare, paura non avere.

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