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No, non faceva ridere

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Sottotitolo: Sembrava vivere in una commedia di Plauto, il servo agile d’ingegno che rubò il danaro al padrone, e ne odorò gli avanzi del sesso e dei bagordi. Ma il padrone non dimentica d’essere stato derubato e lo licenzia. E’ fortunato emilio crisalo … se il suo padrone avesse avuto il coraggio d’ammettere d’essere un mafioso, ora, avrebbe fatto la fine di Salvo Lima. (Rita Pani)

Rete 4, Emilio Fede
licenziato da Mediaset 

Un altro errore tipico di una buona parte di italiani, i cosiddetti italioti, è stato quello di aver considerato una burletta il tg4.
Ma c’è gente si sa, talmente presuntuosa che ha pensato che questo non fosse un pericolo, così come deve averlo pensato quando berlusconi entrò in politica, oppure quando lo stesso fece rientrare in parlamento il fascismo più bieco, e ancora, quando si consentì ad un movimento xenofobo e razzista come la lega di contribuire alla stesura di leggi che poi, come abbiamo visto, hanno condizionato e in modo pesante la nostra già fragile democrazia. Purtroppo invece il pericolo c’era. Eccome. Il tg4 di Fede come forma di propaganda ha fatto  il paio, esatto, con la rivista di Signorini  (sempre di proprietà di berlusconi) alla quale la signora Monti ha concesso un’intervista. Un giornale che molti pensano che sia innocuo, buono da leggere dal parrucchiere o sotto l’ombrellone e invece è il miglior house organ di berlusconi, quel che fanno sallusti e belpietro è nulla se considerato rispetto alla media di chi compra e legge quotidiani e chi invece si limita a sfogliare quelle rivistacce gossippare. E mi meraviglio che la signora Monti sia caduta nella trappola, voglio sperare che sia stata solo una temporanea caduta di stile. Una disattenzione da principiante.
A me Fede non ha mai fatto ridere, e ogni volta che mi è capitato di entrare in una casa che aveva il televisore sintonizzato su rete 4 mi preoccupavo molto, invece.

“L’INVENTORE DEL TG ADORANTE” di Filippo Ceccarelli –  (La Repubblica)

E così dunque, con la classica pedata nel sedere, finiscono i servitori troppo zelanti, le maschere ormai logorate dall’uso, gli adoratori ingombranti che non servono più. E la disperata incredulità con cui Emilio Fede ha accolto il licenziamento dice a tutti, grandi e piccini, che la macchina del potere berlusconiano s’è inceppata, o forse è impazzita. Mai «Lui», come il direttore del Tg4 non si vergognava di chiamare il Cavaliere, avrebbe potuto fare a meno di quest’uomo anche solo cinque o sei mesi fa. Non molti anni orsono, d’altra parte, per dare l’idea dell’importanza del personaggio alla corte di Arcore il governo varò un decreto legge che riguardava sì Retequattro, ma che alle cronache parve naturale ribattezzare «Salva-Fede» — e anche nel più torvo ed evoluto regime degli spettacoli una Repubblica che ha legiferato a vantaggio esclusivo di Fede in tal modo solennizzava il suo più indissolubile legame con un universo di finzioni e di spudoratezza.

Pare ancora di vederlo affacciato dal teleschermo e ammonire, deglutire, fare le faccette, strabuzzare gli occhi talvolta invocando addirittura un sorta di pudore, fino alla commozione terminale, con voce rotta, salvo poi cambiare bruscamente argomento. Mago del fuorionda, naciso indomito, il pubblico, non solo il più indifeso, impazziva di fronte al quell’astuto vitalismo, a quella prodigiosa capacità di stare in scena, all’energia tutta italiana della commedia, allegria e dannazione, generosissima ruffianeria e insidia mortificante. Uno che è riuscito a commuoversi a una sfilata di bellezza di provincia al pensiero che Ruby, l’adolescente nipotina del Raiss, voleva entrare nell’Arma dei carabinieri.

Un giorno, era lo scorso anno, dalla sua tribuna delle 19 invitò le forze dell’ordine a pestare i manifestanti; la sera dopo, mentre stava mangiando in un costoso ristorante di pesce di Milano, entrò imbufalito il padrone dell’Amaro Medicinale Giuliani, già suo amico, raggiunse quasi di corsa il tavolo, caricò il destro e gli mollò un cazzottone davanti a tutti, per una complessa faccenda di donne. In due facevano più di un secolo e mezzo. Ma quando tanti anni fa le Brigate rosse lo avevano aspettato sotto casa per sparargli, lui fu più lesto, e anticipò il fuoco, bang, bang, mettendo in fuga i terroristi.

Qualcosa di più di una macchietta, a volte addirittura una figura drammatica. Il potere non poteva mancare uno come lui. Berlusconi per la verità lo scoprì tardi, quando Fede era già Fede e tra le 55 righe della Garzantina sulla tv campeggiavano ben quattro soprannomi: «Sciupone l’Africano», «L’ammogliato speciale», «Il genero di prima necessità», oltre al non irresistibile «Emilio Fido». A suo dire, in Africa, aveva già salvato Moro da un leone e per diventare direttore del Tg1 già aveva pensato di fare la prima comunione a San Pietro, ultraquarantenne, per dimostrare che non era più socialdemocratico come il suocero, ma fanfaniano. Dominato e debitamente inguaiato dal gioco d’azzardo, spolpato da maghi e chiromanti, ma irresistibile nel montare un tg sanguigno ai tempi di mani Pulite per poi appuntare bandierine la notte elettorale nelle regioni che Forza Italia stava in realtà perdendo, Berlusconi lo aveva scelto, premiato e seguitava a indicarlo a esempio come un monito e al tempo stesso come una prova della sua onnipotenza.

Il potere ha bisogno di queste bislacche e sotentate dimostrazioni: quel formidabile campione di scaltra simpatia e debolezze umane funzionava come messaggio organico e subliminale dietro cui si scorgevano non solo le antiche risorse del teatro, ma anche un patto per tanti versi sciagurato, ma a breve assai conveniente. Le seratine di Arcore con le statuette di Priapo, il book di Noemi «dimenticato» sul tavolo del Cavaliere, il costante adattarsi ai gusti proibiti del suo datore di lavoro, come pure il suo orgoglioso, cannibalesco rivendicare una priorità rispetto ad alcune ospiti desiderate dal Capo («Mangia nel tuo piatto, che io mangio nel tuo»), ecco, tutto questo si accompagnava al raggiro sui soldi berlusconiani con Lele, quelle telefonate tipo il gatto e la volpe, era una partita a somma zero; nel frattempo Fede intervistava Mamma Rosa su Silvio bimbo e D’Alema sulla collezione di civette e mai perdeva l’occasione di piagnucolare che nel mausoleo di Villa San Martino non c’era un posto per lui.

Ecco, ieri quel patto è andato in frantumi, come la maschera della preziosissima, grottesca devozione e delle eterne contropartite che il potere, proprio perché potere e quindi arbitrio, capriccio, o bisogno di ingannare la morte, è autorizzato a cancellare: di punto in bianco, con un tratto di penna e un mortificante allontanamento. E allora addio povero Fede, e sul serio si chiude un’epoca d’inusitata impudicizia, ma che più istruttiva non si poteva. Si riattivano presagi, s’avverano sogni. «E intanto con Silvio andiamo per un sentiero che profuma di ginestra e di fiori di campo» ha scritto una volta. Ma poi un sussulto: l’ansia che «Lui» possa «scaricarmi» lungo l’erbosa strada, «adagiandomi su un prato o mettendomi a sedere su una panchina». E’ successo molto peggio, in realtà, ma così doveva finire perché così finiscono le storie fondate sul dominio e sul suo scivoloso declino.

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