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“Se il Paese non è pron(t)o il governo potrebbe non restare”

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Dunque, Monti “si perde” gli elogi di Obama per ciacolare al telefono col piduista in seconda (e chissà cos’aveva da dirgli di così importante? mistero),  sua moglie questa settimana occupa la copertina di “Chi” che è l’unico vero house organ di berlusconi, quel che fanno Olindo Sallusti e Belpietro è un’inezia al confronto della propaganda di Signorini che raggiunge TUTTI, anche la classica casalinga di Voghera che abitualmente non legge i quotidiani ma compra Chi tutte le settimane…una vera scelta di classe, quella di farsi intervistare da Signorini, non c’è che dire, soprattutto sobria. Non siete contenti di tornare ai bei tempi che furono, quelli delle figure di merda  a livello planetario?

Notiziola en passant: Bersani e il governo cancellano il merito.

Poi, quando Bersani e il PD perdono le elezioni come è giusto che sia per un partito che non fa NULLA di quel che la gente si aspetta da un partito che si ostina a collocarsi in una precisa parte politica facessero  almeno la cortesia di non fracassarci tutto il frantumabile prendendosela con Grillo, col Fatto Quotidiano, col qualunquismo dell’antipolitica e tutte quelle idiozie dietro le quali hanno nascosto la loro incapacità, il loro essere assolutamente NULLA rispetto ad una politica non dico comunista ma almeno DI SINISTRA.

“Mi sono sposata molto giovane, a ventidue anni. Tra me e mio marito si è creata ben presto una suddivisione di ruoli molto marcata. La ribalta ce l’aveva lui, la retrovia spettava a me” […] “Mio marito si è appassionato ai figli più tardi. Li ama tantissimo, intendiamoci. Ma, finché non c’è stato tra loro lo scambio verbale, intellettuale, non è stato un padre così presente. Poi, a mano a mano che crescevano, è tutto cambiato”
(Elsa Monti)

Ohhh, una famiglia all’avanguardia, non c’è che dire.

Non si Monti la testa

 Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 28 marzo

Forse è venuto il momento di dire al professor Mario Monti che s’è montato la testa. E la Fornero ancor di più. A furia di leggere sui giornali amici (cioè quasi tutti) che sono i salvatori della patria, i due hanno finito col crederci. In realtà, in estrema e brutale sintesi, finora hanno recuperato miliardi sulla pelle dei pensionati e degli “esodati”, facendo dell’Italia il paese europeo dove si va in pensione più tardi; e altri contano di recuperarli sulla pelle dei lavoratori, dando mano libera alle
aziende di cacciare chi vogliono, camuffando per licenziamenti economici anche quelli disciplinari e discriminatori. Quanto alle liberalizzazioni, a parte qualche caccolina sui taxi e le farmacie, non s’è visto nulla, mentre s’è visto parecchio a favore della banche.
Il vero “salva – Italia ” è tutto mediatico, d’immagine: facce presentabili al posto degli impresentabili di prima. Il che non è poco. Ma è un fattore passeggero, visto che prima o poi, piaccia o no, i cittadini dovranno tornare a eleggere i loro rappresentanti. La prospettiva del ritorno dei politici, lo sappiamo bene, è agghiacciante. Ma questo progressivo disabituarsi degli italiani ai fondamentali della democrazia è pericoloso. Ed è qui che i “tecnici” ciurlano nel manico.
L’altro giorno arriva alla Camera il decreto “liberalizzazioni “,
solita procedura d’urgenza “prendere o lasciare” modello Protezione civile: testo blindato dalla solita fiducia, la dodicesima in tre mesi. Problema: manca la copertura finanziaria, lo dice la Ragioneria dello Stato.
Il rappresentante del governo, il noto gaffeur Polillo, s’inventa che “la copertura non può essere quantificata in anticipo”. Fosse così, tutte le leggi passerebbero al buio, poi si vede. Ma non c’è nemmeno il tempo di discutere: si vota e basta a scatola chiusa. Fini protesta per “l’insensibilità del governo” (e meno male che c’è lui: Schifani vorrebbe solo decreti, soluzione che avrebbe almeno il pregio di liberarci del Senato e del suo presidente). Il Quirinale “si riserva” non si sa bene cosa. Del resto il Quirinale aveva già invitato i gruppi parlamentari a evitare fastidiosi emendamenti al decreto Milleproroghe. Ma a che serve allora il Parlamento, in una democrazia parlamentare? A ratificare senza fiatare i decreti del governo, fra l’altro blindati con la fiducia? Ora arriva il ddl sul lavoro, cioè sull’articolo 18 e poco altro, tutti elogiano la mossa dialogante che ci ha fatto la grazia di evitare il solito decreto blindato. Ma subito Monti&Fornero fan sapere che non ammettono modifiche, sennò “il Paese non è pronto ” e i salvatori della patria in missione per conto di Dio ci lasciano soli (“potremmo non restare”). Cioè: il disegno di legge è come fosse un decreto, calato dall’alto direttamente dallo Spirito Santo. E la formula “salvo intese”? Si riferisce alla maggioranza parlamentare che dovrebbe votarlo? No, a “intese fra governo e Quirinale”. E il Parlamento? Un optional.
Sappiamo benissimo che questo Parlamento fa schifo.
Ma, per averne uno nuovo, più aderente ai gusti degli italiani, si doveva votare a novembre: invece Napolitano, Monti e i partiti retrostanti preferirono evitare. Dunque di che si lamentano? L’avete voluta la bicicletta? Pedalate.
Monti si appella ai sondaggi, come unica fonte di legittimazione fra sé e il Colle (“se qualche segno di scarso gradimento c’è stato, è verso la politica, non verso il governo”). Ma allora dovrebbero valere sempre, anche quando non fanno comodo: oltre il 60% degli italiani è contro la “riforma” dell’art. 18 e, a causa di quella, il governo è sceso in 20 giorni dal 62 al 44%. Magari, in quel 18% in meno, ci sono i 350 mila esodati che il governo ha lasciato senza lavoro e senza pensione: chi li rappresenta? Non era stato proprio Monti, presentandosi al Senato il 17 novembre, a giurare che “non verranno modificati i rapporti di lavoro regolari e stabiliti in essere”? Ora dice che “sulla riforma non accetto incursioni in Parlamento “, ma quelle che chiama “incursioni” sono
l’abc della democrazia parlamentare. Chi glielo dice?

R-E-S-P-E-C-T

Find out what it means to me – Massimo Rocca per Radio Capital

Qualche giorno fa Mario Monti, che non è proprio un passante, ha detto che la Fiat ha tutti i diritti, non solo, ma il dovere di di investire dove meglio crede. E che tre cose sono importanti  per ognuna delle aziende italiane: produttività, flessibilità ma forse la prima, ha detto, è il rispetto. Quindi il paese può molto esigere ma deve anche rispettare e non si può pensare che in un Paese, e in uno solo, a causa della propria radice storica una impresa debba essere oggetto di permanente scrutinio investigativo. Forse voleva dire scrutinio giudiziario. Quello che per la quinta volta vede Marchionne condannato per comportamento antisindacale nei confronti della Fiom. Questa volta alla Magneti Marelli, dove al sindacato di Landini, che aveva iscritti la maggioranza dei dipendenti, veniva interdetta l’attività sindacale. Con una certa mancanza di rispetto, dicono i giudici, per una lunga serie di articoli di legge e costituzionali. Ecco, se uno proprio non è un passante, il problema che la più grande azienda italiana sia stata condannata più volte e che non abbia intenzione di lavorare in Italia se non gli si riconosce il diritto di violare le leggi, sarebbe una cosa di cui occuparsi. O magari Monti non è ancora pronto?

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