7 a 1

Per fortuna io il calcio l’ho inserito da un bel po’ nella fenomenologia sociale e ancorché antropologica. Ho smesso di essere tifosa incondizionata, mancante quindi di un senso critico, il giorno che qualcuno ebbe la brillante idea di intervistare Aquilani, ex ragazzino prodigio della Roma che rivelò di tenersi in camera da letto un busto del duce. Perché ho pensato che nessun esempio buono può arrivare da chi ha il marcio nel cervello, e che non mi sarebbe piaciuta l’idea che i ragazzini e ragazzi di allora potevano pensare che tenersi il duce sul comò fosse una cosa buona e giusta. Oggi guardo la Roma perché, è chiaro, io a Roma ci sono nata e non potrei “tenere” per nessun’altra squadra, ma lo faccio col giusto distacco che non mi impedisce poi di restare obiettiva.
Nulla come il calcio – che anche il più fine intellettuale apparentemente schifa ma poi non può fare a meno di commentare – svela e rivela gli io più reconditi.
Tutto quello che nella vita è importante come il principio morale, i valori di onestà quando si tratta di calcio si dissolvono, scompaiono, tutto diventa lecito, superabile in virtù del risultato.
Ecco che diventa normale, qualcosa di cui vantarsi anzi, l’aggressione, la menzogna, non ammettere le evidenze, tollerare tutto quello che in altri contesti si dichiara inaccettabile.
Il calcio svela e rivela l’ipocrisia, la malafede e la disonestà mentale che impedisce quell’obiettività sana che eviterebbe di trasformare nel nemico di sempre e di tutti una squadra come la Roma che non ha mai dato fastidio a nessuno, che tutto quello che ha avuto, molto poco rispetto a quello che avrebbe meritato lo ha ottenuto grazie al sacrificio, non alle ruberie, agli arbitri compiacenti e ad un sistema criminale per mezzo del quale altre squadre, una in particolare, possono vantare un palmarès che non si sono guadagnate.
La Roma è il Marco Travaglio del campionato italiano: pur comportandosi bene e facendo il suo dovere viene presa di mira, aspettata puntualmente al varco per essere insultata e sbeffeggiata con un disprezzo che spesso tracima nell’odio e che non ha nulla a che vedere con la critica obiettiva e men che meno col sano sfottò sportivo.

Chi professa e proclama ogni giorno i valori della correttezza e dell’onestà e li insegna ai figli, li pretende dal collega di lavoro e anche dalla politica non ce la fa a sostenere poi per tifo, la squadra di un ladro delinquente amico della mafia. E nemmeno gioisce se la sua squadra vince rubando. Senza merito. E’ facile.

 

Miche’, che fai, lo cacci?

 

Se b ha affidato Ruby alla Minetti sapeva che fosse minorenne, altrimenti non sarebbe stato necessario nessun affidamento, quando la portava alle cene eleganti no? Quella sentenza è una vergogna, altroché le sentenze che si rispettano.

In un paese dove nemmeno i reati e le relative condanne, anche definitive riescono a mettere fuori gioco i delinquenti della politica c’era giusto da declassare l’abuso, neutralizzarlo, renderlo un non reato per scagionare il solito criminale dalle sue responsabilità.

Ha fatto benissimo il giudice Tranfa ad abbandonare la Magistratura dopo l’assurda sentenza che ha assolto berlusconi dall’accusa di essere uno sfruttatore di ragazzine.
Questo è dimostrare di avere una coscienza civile.
La giusta risposta ad uno stato che non sa, perché non può, far uscire definitivamente dalla scena pubblica e politica un delinquente abituale che dello stato si è fatto beffe violando tutte le leggi che regolano la civile convivenza, lo ha derubato, lo ha rinnegato quando ha scelto di avere protezione per sé e per i suoi figli da quell’antistato che si chiama mafia ma continua ad avere tutela, riconoscimento anche politico e protezione, che ad altri cittadini nella sua stessa condizione di pregiudicati e traditori dello stato sono negati, proprio dallo stato.

***

Per essere sicura di aver capito la dinamica dei fatti mi sono riguardata il delizioso siparietto altre due volte oltre la diretta. Ma conoscendo i precedenti di Santoro, il suo carattere, l’aver fatto il professorino permaloso già con altri suoi collaboratori e colleghi i dubbi si sono sciolti come neve al sole. Di Travaglio si può dire tutto ma è innegabile che sia il giornalista più insultato d’Italia. A me il tutti contro uno, lo squadrismo di chi si coalizza contro qualcuno sulla base della persona e non delle cose che dice e scrive come sarebbe giusto fare riguardo ad un giornalista non è mai piaciuto, forse perché spesso l’ho subito e non è una sensazione piacevole.

Spero che Marco Travaglio, anche se ci credo poco, non torni più a Servizio Pubblico, troppo libero per la figura di maniera che si è ritagliato Santoro in questo ultimo periodo solo perché deve – in ogni trasmissione – infilare il contenzioso con Grillo che ha inserito pure lui nella sua lista dei giornalisti canaglia.

Anche se Travaglio avesse avuto torto marcio Santoro non lo doveva zittire, chiedere a qualcuno in malo modo di tacere è cattiva educazione e pessimo stile.

Specialmente se si fa in pubblico, che sia uno studio televisivo o davanti ad una pizza con gli amici.

Le ragioni di quello che è successo a Servizio Pubblico fra Marco Travaglio e Michele Santoro non sono però nella trasmissione di ieri sera.
E’ una storia che parte da lontano, da quando Santoro dopo essere stato cacciato dalla Rai per i motivi che ormai tutti conoscono ha deciso di sdoganare televisivamente Marco Travaglio e metterselo al fianco ANCHE per dare un segnale a chi lo aveva fatto cacciare dalla Rai.
La leggenda di Santoro e Travaglio, i giornalisti più invisi e odiati da berlusconi che hanno ridato ossigeno a berlusconi nella famosa puntata di Servizio Pubblico è, appunto, una leggenda.
Una favoletta che si raccontano quelli che delle dinamiche da talk sanno poco e niente e spesso si riducono a guardarne gli stralci in Rete anziché seguire tutta la puntata.
Quella fra Santoro e Travaglio è una questione caratteriale, quei due non si prendono proprio, troppo diverso il modo di fare giornalismo e troppo dirompenti entrambe le personalità.
Travaglio è uno che entra nel dettaglio delle cose, Santoro è uno a cui piace interrompere chi sta cercando di spiegare.
E allora finché Travaglio si limitava ai suoi dieci minuti di lettura lasciando poi che si scannassero gli altri presenti in studio è andato tutto bene.
Da quando, invece, Marco Travaglio partecipa anche al dibattito sono uscite fuori man mano tutte le problematiche di convivenza fra i due.
E ha fatto benissimo Travaglio, cinquant’anni compiuti qualche giorno fa, non i dieci o dodici più adatti per la cazziata, la ramanzina, in pubblico poi, che dopo essere stato interrotto milioni di volte da Santoro a proposito della qualunque e di fronte a chiunque, aver sempre pazientato per professionalità ieri sera al rimprovero si è alzato e se ne è andato.
Ha fatto benissimo Marco Travaglio a lasciare lo studio del conduttore Santoro che, per proteggere il politico Burlando in evidenti difficoltà nel rapportarsi con la signora in collegamento da Genova come sempre accade ai politici quando si trovano davanti i cittadini senza filtri – Burlando che, insieme al sindaco Doria è stato giudicato persona non gradita al funerale del poveretto morto nell’alluvione al quale i familiari hanno preferito che non partecipassero, anziché tenere botta e sostenere il collega nella tesi descritta benissimo da Marco Travaglio sulle responsabilità politiche delle alluvioni di Genova, ha pensato che fosse più opportuno prendersela col collega.
La questione è più o meno la stessa di quando qualche imbecille viene a fare le scenate nelle bacheche di facebook: le persone civili, educate, quelle che hanno realmente l’intenzione di confrontarsi, di chiedere qualcosa a qualcuno quando hanno qualche problema scrivono in privato, non rovesciano idiozie che le persone non si meritano in piazza per farsi notare e per far parlare di loro.
Michele Santoro è stato scortese, maleducato, ha messo Marco Travaglio in una condizione di inferiorità senza motivo perché lui non aveva offeso proprio nessuno, lo ha zittito, e nel luogo democratico che è Servizio Pubblico di cui si vanta Santoro nel quale hanno parlato tutti: cani, porci e perfino la santanchè, non si zittisce nessuno.

Il solito fango, la cattiva propaganda e la buona politica che non c’è

Sottotitolo: Genova, Napolitano: “No ad accuse generiche”. Ma non è chiaro con chi ce l’avesse.  [www.spinoza.it]

-

Preambolo: se invece di fare propaganda spicciola, misera, squallida e stronzeggiare da twitter e da ogni canale che hanno a disposizione i giornalisti, la maggior parte, facessero il loro, ovvero quel cane da guardia del potere che dovrebbe essere l’informazione, inchiodando ogni giorno i politici e la politica alle loro responsabilità invece di costruire insieme a loro il paese che non c’è, forse sarebbe meglio.  La cosa più ovvia sarebbe stata quella di far notare l’assenza dello stato a Genova, del vero responsabile di quelle che non sono affatto calamità naturali o “bombe d’acqua”, termine col quale sono stati ribattezzati dei temporali più intensi affinché alla gente arrivasse il messaggio che contro la bomba nulla si può fare. Le hanno chiamate bombe d’acqua affinché alla gente arrivasse il messaggio che fossero così pericolose da giustificare i danni che provocano.
Mentre non sono affatto bombe: è pioggia, tanta pioggia, un evento normale e naturale che può capitare e che in un paese civilizzato e industrializzato come il nostro dovrebbe provocare forse qualche danno ma non sistematicamente una sciagura.
Non è possibile che ci siano paesi e città, sempre gli stessi, che ogni volta che piove devono annegare nel fango che uccide e che sia più urgente rinominare un temporale invece di pensare alla soluzione per evitare il disastro, magari evitando di bruciare miliardi di soldi pubblici in grandi opere che non serviranno a un cazzo se non a far ingrassare i soliti delinquenti al posto di investire nella tutela del territorio già esistente.
Ormai lo sanno anche i bambini: l’acqua prima o poi si riprende la sua strada e quando lo fa la colpa non è dell’acqua ma dei criminali che guadagnano nella cementificazione selvaggia e anche sui disastri successivi quando si “steccano” gli appalti.
Sono queste le urgenze della politica: smetterla di spendere palate di quattrini per rispettare ridicole alleanze, non andare a farsi belli in giro per l’Europa a farsi fare l’applauso e i complimenti per aver derubato ancora e ancora i cittadini dei loro diritti. Un presidente del consiglio con le palle – è uomo e gli si può dire –  oggi, ora, batterebbe i pugni sul tavolo e direbbe “signori miei, qua ho trovato un paese che cade a pezzi, quindi ci vorrete perdonare se non ce ne frega un cazzo del 3%,  degli F35, del Tav, del Mose, di sbriciolare ancora il territorio in inutili trivellazioni. Diteci quant’è la multa per NON fare tutte queste idiozie e non rompeteci i coglioni, abbiamo altro a cui pensare”. Ecco perché la colpa non può essere  di uno che a parte la sua figura di leader di un movimento non ha nessuna carica istituzionale, non può avere nessuna responsabilità politica in merito ai disastri ma solo perché è  genovese si doveva buttare nella mischia a spalare. Una persona di 66 anni, Renzi ne ha poco più della metà. Chi è più adatto alla pala, per responsabilità ed età, eventualmente?

-

La buona politica non è quella che in caso di alluvioni e terremoti va a spalare il fango e a raccogliere i cocci.

La buona politica è quella che si adopera affinché in caso di calamità il territorio debba risentirne il meno possibile.
E’ quella che si preoccupa di sanare il dissesto del territorio – incentivato dalla cattiva politica – e che spende i soldi dei contribuenti per le cose importanti e che servono a tutti, non solo a qualcuno per guadagnarci altri soldi. Molti soldi.
Ed è anche quella capace di organizzare dei soccorsi fatti con competenza, non affidati alla buona volontà della gente comune, delle vittime dei disastri annunciati.
Io capisco che molti stessero aspettando come una manna dal cielo che Grillo andasse a Genova per vedere l’effetto che avrebbe fatto ma, se c’è qualcosa di disastroso quanto i danni materiali che succedono grazie alla cattiva politica è il modo tipicamente italiano e provincial semplicistico di considerarli.
E’ dire, come hanno fatto anche molti autorevoli opinionisti, che non si può colpevolizzare dei disastri Renzi in quanto “ultimo arrivato” ma gli ultimissimi e incolpevoli arrivati sì, sì possono, anzi si devono umiliare e mortificare perché non sono andati immediatamente a prendere in mano una pala.
Ora, che questo lo abbiano fatto i soliti squallidi personaggi da avanspettacolo, quelli che non trovano nulla di strano nell’alleanza politica fra Renzi e il delinquente ce lo potevamo e dovevamo aspettare, ma che sia diventato oggetto di attenzione anche da parte di chi solitamente riesce a dimostrare equilibrio e onestà di pensiero no.
Davvero mi viene difficile immaginare che si possa stare lì ad aspettare una reazione, quella di chi in una situazione disperata avrebbe contestato, avendone tutte le ragioni pure Dio, per farne materia di piccola propaganda.
Genova ha subito due alluvioni in tre anni ed è successo entrambe le volte con le amministrazioni del pd, insieme ad un governo dove c’è anche il pd che non ha mai fatto niente fino a ieri e, a parte gli annunci, non sta facendo niente nemmeno ora.
Ma la colpa, ça va sans dire, è di Grillo.

La politica si occupi delle cose importanti per il paese [era così, vero?]

Sottotitolo:  in Italia non c’è un appalto pulito dai tempi di Luigi Einaudi, c’è la mafia che sta infangando il Quirinale e tu ti occupi dei matrimoni gay? E’ come se Barack Obama fermasse tutto, andasse all’ Onu e parlasse della crisi dei talk show sulla Rai.
[Maurizio Crozza parlando di alfano, ancora e incredibilmente ministro dell'interno di questo paese]

***

***

I parlamentari democratici Federico Gelli ed Ernesto Magorno criticano il rapper per la decisione di scrivere una canzone per “Italia 5 stelle”. Lui, al Fattoquotidiano.it: “Ho il totale appoggio di Sky, fortunatamente lavoro in un’emittente indipendente”. E aggiunge: “La cosa assurda è che questi due parlamentari chiedono una presa di posizione a un’emittente per delle opinioni che io ho dato fuori dal contesto televisivo. Sono allibito”

***

L’AMACA del 11/10/2014 (Michele Serra)

Pur di non censurare SOLO il comportamento dei politici che invadono terreni che non gli competono, se questo è ancora un paese dove l’articolo 21 ha un suo perché, Serra ha dovuto chiosare sul “cattivo gusto” di un ragazzino che ha scelto per mestiere di provocare, e non importa se lo faccia male o bene, finché non esce dal rispetto della legge farlo è nel suo diritto di cittadino di una democrazia occidentale, dove nessun politico si permetterebbe mai di fiatare sulle attività di cantanti, attori, autori di satira eccetera e nemmeno di chiedere ad un editore di media, un privato fra l’altro, di dissociarsi dagli artisti che vengono ospitati nelle sue tv come invece avviene qui nel paese dal forte retrogusto fascista che, basta un niente, e torna su come la peperonata della sera prima.

***

Gli artisti si sono sempre schierati, cantanti e cantautori come  Guccini, De Andrè,  De Gregori, Fiorella Mannoia, e anche gli attori, è di poco tempo fa il saluto a pugno chiuso di Elio Germano alla Mostra del cinema di Venezia ma nessuno ha chiesto per lui l’allontanamento coatto. Gli artisti cosiddetti impegnati sono stati sempre a sinistra senza suscitare il fastidio di nessuno, avevano, hanno  il loro pubblico, facevano e fanno concerti,  poca televisione e nessuno ha mai chiesto che non si concedessero spazi, teatri e stadi per le loro esibizioni pubbliche. Un esercito di persone di questo paese ha potuto dichiarare da che parte fosse così come è normale fare in un paese libero e non nella Russia di Putin dove si va in galera per una canzone.

Il pd ha usato anche l’artista morto, Rino Gaetano, che non poteva nemmeno dire se gli stava bene o no essere usato quando ha trasformato in un inno di partito “Il cielo è sempre più blu” e Jovanotti, che è un altro di quelli che sono nati Che Guevara e che per opportunismo e interesse moriranno padre Pio. Per non parlare di Benigni che dall’abbraccio a Berlinguer, ai vent’anni dedicati a contrastare  berlusconi e la difesa della Costituzione più bella del mondo, dopo aver taciuto durante i governi necessari di Monti e Letta e averlo fatto anche rispetto a quello abusivo di Renzi è andato a cazzeggiare poi nel Ballarò di Giannini, ex di Repubblica, il quotidiano più schierato di tutti a favore del governo  che ha ammazzato la sinistra e vuole farlo pure con la Costituzione.

Ma finché lo hanno fatto per la sedicente e presunta sinistra in tutte le sue tragiche versioni è andato bene. Nessuno se ne lamentava.

Sepperò un ragazzino di oggi si permette di cantare una canzoncina e dedicarla ai 5stelle succede il finimondo, è vilipendio, scandalo, offesa alla nazione solo perché nel testo è inserita una frase che è pensiero piuttosto comune dedicata al presidente della repubblica. E’ di pochi giorni fa l’insurrezione circa l’interrogazione parlamentare a proposito di Juventus Roma, e lì si parla di società quotate in borsa e di una possibile truffa ai danni degli azionisti della Roma. Oggi che due lor signori si permettono di interferire in ciò che davvero non gli compete, quelli che giorni fa hanno arricciato il naso e si sono scandalizzati perché la politica “ha ben altro a cui pensare” sorvolano, e fanno finta di niente.

La questione di Fedez è stata sintetizzata perfettamente da Marco Travaglio nel fondo di oggi: “fanno schifo”. Fanno schifo quelli che si definiscono democratici mentre hanno dentro di loro il peggior fascismo, quello che censura parole, opinioni e adesso anche la musica.

***

QuiRIInale
Marco Travaglio, 11 ottobre

Negli ultimi 22 anni centrodestra e/o centrosinistra hanno, nell’ordine: stipulato un patto con Cosa Nostra per metterle in mano lo Stato in cambio della sospensione delle stragi e del sacrificio di Paolo Borsellino e di decine di altri innocenti sterminati o feriti a Palermo, Firenze, Milano e Roma, trafficando poi indefessamente ai massimi livelli istituzionali per coprire tutto e depistare le indagini; abolito la “legge Falcone” antimafia che prevedeva l’arresto obbligatorio in flagrante per i falsi testimoni; abrogato l’obbligo di custodia cautelare per gli indagati di mafia; accorciato la custodia cautelare per gli imputati di mafia, facendone scarcerare a centinaia per decorrenza dei termini; chiuso le supercarceri di Pianosa e Asinara, simboli del 41-bis; trasformato il 41-bis in una burletta; abolito l’ergastolo per due anni anche per le stragi di mafia; varato tre scudi fiscali (l’ultimo con la firma di Giorgio Napolitano) regalando ai mafiosi un canale di riciclaggio di Stato per ripulire i loro soldi sporchi a costi di saldo (un pizzo del 2,5% e poi del 5%) e in forma anonima; cancellato (su proposta di Na- politano) la legge Falcone sui pentiti, che infatti prima erano migliaia e dal 2000 si contano sulle dita della mano di un monco; screditato e attaccato i pentiti che facevano nomi eccellenti e i pm che indagavano sulla mafia e sui suoi complici; promosso capo del Ros e direttore del Sisde il generale Mori, protagonista della mancata perqui- sizione del covo di Riina e delle mancate catture di Bagarella e Provenzano, nonché del Protocollo Farfalla per legittimare i traffici dei servizi nelle celle dei mafiosi; approvato una legge sul voto di scambio che riduce le pene della legge precedente e rende impunibili i politici che comprano voti dai mafiosi; riempito di buchi il nuovo reato di au- toriciclaggio che consentirebbe finalmente di recuperare miliardi di soldi sporchi parcheggiati in Svizzera anche dai mafiosi; promosso alle massime cariche dello Stato i politici che hanno mentito o taciuto su quanto sapevano della trattativa, perseguitando invece quei pochi servitori dello Stato che quell’immondo negoziato svelavano, ostacolavano o investigavano; attaccato e poi abbandonato alla più totale solitudine magistrati come Di Matteo, condannato a morte da Riina, e Scarpinato, bersaglio quasi quotidiano di minacce e avvertimenti di stampo istituzionale; protetto con silenzi vili e addirittura esaltato con servi encomi i maneggi del Quirinale per far avocare le indagini della Procura di Palermo sulla trattativa su richiesta dell’attuale imputato Mancino; eser- citato pressioni indicibili sulla Corte d’Assise di Palermo perché negasse a Riina, Bagarella e Mancino il sacrosanto diritto di presenziare all’udienza del loro processo che si terrà al Quirinale il 28 ottobre per la testimonianza di Napolitano, diritto che verrebbe riconosciuto persino a Guantanamo financo ad Hannibal The Cannibal e la cui negazione mette il processo sulla trattativa a rischio di nullità assoluta in base alla Costituzione, al Codice di procedura, alla giurisprudenza della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell’uomo; fatti inciuci e addirittura riforma costituzionali con Berlusconi, che affidò la propria sicurezza a un boss travestito da stalliere e per 20 anni finanziò Cosa Nostra, e con gli altri amici di Dell’Utri, per quasi 30 anni al servizio di Cosa No- stra, dunque condannato a 7 anni e ora detenuto nel carcere di Parma accanto a Riina.

E ora questi manigoldi, i loro discendenti che mai ne hanno preso le distanze e i loro pennivendoli vorrebbero far credere che gli amici della mafia sono Sabina Guzzanti, rea di aver immortalato i loro crimini politici in un bel film e in un tweet provocatorio sui diritti negati a Riina e Bagarella; e il rapper Fedez, che ha osato scrivere un brano per la festa dei 5Stelle in cui si permette di cantare “Caro Napolitano, te lo dico con il cuore: o vai a testimoniare oppure passi il testimone” ed è stato subito accusato da alcuni fascistelli pidini di vilipendio del capo dello Stato, con inviti a Sky perchè venga epurato da X Factor. Ma vergognatevi, se ancora sapete cos’è la vergogna: fate schifo.

La mia, non l’avrete mai [Di fiducia e altre storie]

Stato-mafia, la Corte dice no ai boss
Non parteciperanno a udienza Napolitano

A quanto pare lo stato si fa eccome intimorire se, in barba al codice di procedura penale che lo prevede, si impedisce a degli imputati di poter assistere alle dichiarazioni che farà l’eccellente teste al processo sulla trattativa stato mafia. Quello che di bello c’è in questa storia è che adesso gli avvocati degli imputati potranno chiedere la revisione e anche l’annullamento del processo che non gli si potrà negare, se questo è ancora, nonostante e malgrado tutto uno stato di diritto.
E qualcuno ha ancora il coraggio di anteporre la parola “presunta” a “trattativa”.

***

Sono riusciti a sputtanare anche una parola bella come “fiducia”.
Per fare i loro sporchi comodi si sono inventati nientemeno che la fiducia “sfiduciata” e quella “critica”. E le dimissioni post fiducia.
Ma la fiducia è una, ed è definitiva: significa dire a qualcuno “qualsiasi cosa tu faccia è come se l’avessi fatta io”.
Perché vuol dire ritenere quel qualcuno all’altezza di un compito importantissimo, ovvero prendersi la responsabilità di azioni che riguardano tante persone ma che può fare per ruolo e mestiere solo qualcuno. La fiducia è quella che si accorda ad un medico che salva le vite, all’insegnante a cui si affidano i nostri figli.
Alla politica chiamata a fare cose che servono a migliorare lo stile di vita e la vita stessa dei cittadini, non sempre e solo quello di chi la rappresenta.
E la fiducia non si estorce: si ottiene dopo aver dimostrato di meritarla, non può decidere uno solo di chi si deve fidare un paese intero. E men che meno può decidere chi, quando è chiamato a prendersi le sue responsabilità di cittadino uguale a tutti e uguale davanti alla legge cerca tutti i modi e il pretesto per sottrarsene.
E il dramma è che viene accontentato.

***

Votare la fiducia a una porcheria che non si condivide e poi dimettersi [forse, non è detto] è come ammazzare qualcuno e poi chiedergli scusa, che non era quella l’intenzione. 

Ma chi impugna un’arma e preme il grilletto sa benissimo quali sono le sue intenzioni. Poche storie.

Se la fiducia su riforme così importanti, fatta poi da un governo così pasticciato, senza nessuna autorizzazione del popolo [ex] sovrano, una fiducia che questi abusivi, impostori eletti da nessuno sono disposti a dare su qualcosa che nemmeno conoscono l’avesse chiesta berlusconi sarebbe venuto giù il paese.
E il prossimo che dirà che gli stadi sono posti violenti frequentati da gentaccia abbia almeno la decenza di farlo ricordandosi in cosa è stato trasformato il parlamento di questo paese e dov’è la vera violenza.

A questi del diritto e del bene del paese non gliene fotte niente.
Il presidente del consiglio che per estendere i diritti a chi non ce l’ha li vuole togliere a chi ce l’ha, alfano, ancora incredibilmente ministro dell’interno di questo paese che per dare un senso alla sua esistenza chiede che vengano annullati dei diritti che le persone sono andate a prendersi altrove dall’Italia perché qui non glieli danno. Nel paese civile un ministro si attiverebbe per sollecitare quella legge per legalizzare le coppie di fatto come prevede l’ordinamento europeo. O le alleanze vanno bene solo per dissanguare la gente, andare a bombardare mezzo pianeta in nome dell’unità? Se alfano vuole fare qualcosa che non ha ancora fatto renzi invece di piagnucolare che lo trattano male si accomodi; c’è l’imbarazzo della scelta.

E bravo Walter Tocci, che lo dico a fare del pd, che voterà la fiducia alla porcheria di Renzi, già concessa al senato stanotte, per poi dimettersi da senatore, invece di farlo prima senza votarla.
E questo sarebbe un atto di coraggio: le dimissioni con vitalizio incorporato, premiato a vita per aver contribuito col suo partito a devastare le fondamenta del paese, la democrazia.
Mi chiedo quanto deve essere grande il ricatto a cui si è sottomesso il pd, quanti interessi occulti e sicuramente sporchi, considerato chi è uno dei contraenti, nasconda quel patto del Nazareno che i cittadini irresponsabili che hanno votato Renzi hanno legittimato rendendosi complici di questo disastro, di un crimine.
E mi chiedo anche a quale ricatto risponda quell’informazione che ha ancora il coraggio di parlare dell’operato di Renzi come di un atto di responsabilità verso il paese, invece di dire alla gente che nessuno aveva chiesto a Renzi di fare strame dell’Italia a sua immagine e quella di un delinquente.
Il tutto sotto la supervisione del cosiddetto garante, l’estremo difensore sì ma della casta, che ha messo la firma sul più grande abuso fatto subire, imposto con la violenza ai cittadini, della storia di questa repubblica.

La reietta

Otto anni fa moriva Anna Politkovskaja, giornalista col vizio della verità in un paese, la Russia, dove non c’è stato mai spazio per questa. Un po’ come da noi.
Per insegnarle che la verità è una brutta cosa ci sono voluti quattro colpi di pistola alla testa mentre era in ascensore e stava rientrando a casa.
Il 9 giugno scorso i suoi assassini sono stati condannati all’ergastolo.
Dei mandanti però non si è mai saputo nulla.
Il 7 ottobre, per una strana coincidenza del destino è anche il compleanno di Vladimir Putin.

***

Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. [Anna Politkovskaja]
-
Lei ha pagato con la vita la colpa di dire ad alta voce anche quello che vedeva.

La chiamavano “reietta”.
Qui, invece, i giornalisti che dicono ad alta voce quello che pensano, che vedono, che vanno a conoscere con le loro inchieste mettendo a repentaglio la loro incolumità e talvolta anche la vita, che da conoscitori dell’Italia e degli italiani quali sono riescono facilmente a ricavare notizie dai fatti e non dalle loro opinioni  li chiamano faziosi, giustizialisti, forcaioli, manettari.
Tutti gli altri, invece, sono moderati, vengono considerati eccellenti opinionisti, intellettuali, quelli da invitare in tutti i talk show perché non fanno fare brutta figura a nessuno: quello che vedono non lo diranno mai.
E non c’è nemmeno bisogno di minacciarli.
Fanno tutto benissimo da soli anche senza che glielo chiedano, hanno un’attitudine naturale alla servitù.
E per questo s’offrono, molto.

Giggin’ ‘a manetta

Giggin’ ‘a manetta è l’affettuoso soprannome col quale la malavita campana chiama Luigi De Magistris, segno evidente che la sua azione sul territorio non è passata inosservata.

Un certo linguaggio però non è un’esclusiva della malavita, da un po’ di anni a questa parte, che casualmente coincidono con l’ascesa al potere politico di uno che con certa malavita ha intrattenuto rapporti molto stretti, amichevoli e familiari è tendenza abbastanza comune quella di definire giustizialisti tutti quelli che non pensano che chi combatte la criminalità sia affetto da una sorta di perversione, di passione insana  per le manette ma che sia perfettamente da paese civile e normale che i delinquenti vengano perseguiti da chi rappresenta la legge. Che non sia normale il contrario e che nessuna ragion di stato dovrebbe consentire allo stato di escludere dalla lotta alla criminalità e alle mafie coloro i quali, grazie alla debolezza e all’opportunismo di chi sapeva di poterci guadagnare qualcosa si sono accostati alla politica, sono entrati sfondando la porta anche se non avevano i requisiti ottimali per potervi accedere, col risultato di trasformare il parlamento nel rifugio ultimo di chi aveva problemi con la legge e che, grazie alla carriera politica si è garantito la sicurezza di restare impunito, o, come nel caso di berlusconi condannato per finta e per scherzo. 

Un parlamento che nel tempo si è riempito di  inquisiti, indagati, condannati per reati contro lo stato, di criminalità comune, truffatori, evasori, frodatori, puttanieri, collusi con le mafie e la criminalità, amici personali di personaggi che una persona normale si vergognerebbe di conoscere di vista. In italia per vent’anni abbondanti ha imperversato una classe politica indecente che ha  messo la firma su leggi altrettanto indecenti e che successivamente sono state cassate, rese nulle da quella Consulta che da ultimo baluardo del diritto si vuol trasformare nell’ennesimo approdo per chi dei diritti se ne frega allegramente. Ovviamente solo quando riguardano gli altri, perché per i loro è sempre stata un’altra storia. Quello che accade oggi a De Magistris è il risultato di vent’anni di malgoverno, di assoluto disprezzo della Costituzione, di un sistema informativo che si è reso complice diffondendo l’idea che chi lotta contro i criminali e le mafie sia un nemico dello stato da definire giustizialista e forcaiolo, che ancora oggi sostiene che sia perfettamente normale che un condannato in via definitiva possa mettere bocca negli affari di stato, essere il braccio destro del presidente del consiglio del parlamento illegittimo col quale riformare le fondamenta dello stato.

***

 

Abbiamo un ministro dell’interno proprio zelante.
E dire che quando bisognava votare la decadenza di berlusconi si attaccava a tutti i cavilli possibili collezionando le solite figure da alfano perché la legge Severino fu approvata anche coi voti di forza Italia già pdl.
Quindi si può facilmente immaginare che razza di legge sia.
Per berlusconi doveva valere solo a sentenza definitiva, per De Magistris vale da subito, anzi, da prima di subito anche se entrambe le imputazioni, quella di b e di De Magistris e i relativi reati risalgono a prima dell’approvazione della legge Severino.
Quindi per gli amici non doveva valere la retroattività, per i nemici sì.
alfano è stato quello che ha fatto sequestrare madre e figlia mettendo a rischio la loro incolumità e non è successo niente perché sennò cadeva il governo e piangeva Gesù. E’ stato quello che ha sputtanato pubblicamente una persona non ancora colpevole di niente ma che lo stato tiene in una galera senza sentenza e senza condanna e anche lì non è successo niente, manco un monito piccino contro i ministri chiacchieroni. In precedenza è stato quello che è andato a fare eversione davanti e dentro i tribunali per perorare la causa di un delinquente conclamato. E anche lì non è successo niente, solo folklore. E uno così si è permesso di sollecitare la sospensione di  un galantuomo colpevole di aver indagato, di voler capire il perché molti politici sono sempre in contatto coi criminali mafiosi. Verrebbe da chiedersi  in che paese si affiderebbe la sicurezza nazionale ad uno come alfano, o proprio ad alfano.

Il fatto che il pd non si accontenti della sospensione di De Magistris ma chieda nuove elezioni al fine di proporre a sindaco di Napoli un candidato frutto dell’osceno patto col delinquente costringe alla presa di posizione netta.
Non sono solita stare con questo e quello perché è già abbastanza complicato stare con me, ne sa qualcosa mio marito che con me ci sta da più della metà della nostra vita, ma appoggio in modo incondizionato la disobbedienza civile di De Magistris verso quella che chi ha il minimo sindacale di onestà intellettuale sa benissimo essere non una sentenza giusta, e che per questo va rispettata, ma una vigliaccata infame per punire l’ex pm colpevole di voler portare alla sbarra quei politici che fanno affari coi criminali per mangiarsi l’Italia.
La sentenza che condanna Gioacchino Genchi e Luigi De Magistris e la reazione di Alfano, incredibilmente e ancora ministro dell’interno di questo paese, sempre in prima linea per difendere berlusconi e i suoi reati, le sue condanne, sempre pronto a piagnucolare di magistratura politicizzata quando i magistrati per sbaglio condannano i veri criminali sono la conferma che alla consolle di questo paese continua ad esserci quel sistema che si fa condizionare da fattori e personaggi “contingenti”, proprio quelli contro i quali De Magistris ha combattuto.
Per questo e molto altro io sto con De Magistris: come lui, disobbedisco a questo stato iniquo che alza la voce in base alla sua convenienza, a quello che deve salvare perché “bisogna” salvarlo e non per esprimere quella giustizia giusta e uguale per tutti come da Costituzione.

***

L’Angelino Severino – Marco Travaglio 

Con De Magistris e la società civile, con la politica onesta che non si fa mandante, esecutore e complice di chi sta ammazzando questo paese. #sospendetecitutti.

Il 1° agosto 2013 Silvio B. viene condannato in Cassazione a 4 anni di reclusione per frode fiscale, dunque deve decadere immediatamente da senatore in base alla legge Severino da lui stesso votata. Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno del governo Letta nonché segretario Pdl commenta: “Tutto il Pdl è forte e unito attorno al suo leader Silvio Berlusconi. È interesse della democrazia che una parte importante del popolo italiano non venga privata della sua leadership, visto che Berlusconi è il leader più votato di questi ultimi venti anni”. Il 20 agosto Alfano si reca in pellegrinaggio ad Arcore a prendere ordini dal pregiudicato. Il 21 incontra il premier Letta e gli chiede di “farsi carico dell’agibilità politica di Berlusconi”.

Poi vola al Meeting di Rimini: “Noi chiediamo che il Pd rifletta, astraendosi dalla storica inimicizia di questi vent’anni, sulla opportunità di votare no alla decadenza di Berlusconi” perché “l’esempio di Cristo testimonia l’esigenza di un giusto processo e la pericolosità di certe giurie popolari”. Il 24 si tiene ad Arcore il Gran Consiglio del Pdl. Alla fine B. ordina ad Alfano di leggere la seguente nota, e lui esegue: “La decadenza di Berlusconi da senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile. Ci appelliamo alle massime istituzioni della Repubblica sulla questione democratica che dev’essere affrontata per garantire il diritto alla piena rappresentanza politica e istituzionale dei milioni di elettori che hanno scelto Berlusconi. In base a precisi riferimenti giuridici chiediamo al Pd una parola chiara sul principio della non retroattività della legge Severino”. Il 24 settembre Alfano incontra Napolitano e gli chiede di graziare B. Il 27, Consiglio dei ministri sull’aumento dell’Iva: tutto bloccato da una rissa tra Franceschini (“Volete solo salvare Berlusconi”) e Alfano (“Siete voi col vostro anti-berlusconismo a cacciare il governo nei guai”). Il 28 settembre B. ordina le dimissioni dei suoi cinque ministri, che obbediscono all’istante, compreso Alfano. Il 29 Alfano, con Quagliariello, Lorenzin e Lupi, si dissocia da se stesso: “Basta estremismi, difendiamo il governo. Siamo diversamente berlusconiani”. Il 30 ottobre, a tre mesi dalla condanna, B. è ancora senatore. Ma il Senato decide che voterà sulla decadenza a scrutinio palese. Per Alfano è “un sopruso”. Il 15 novembre Alfano lascia il Pdl e fonda l’Ncd, ma avverte: “Continueremo a difendere Berlusconi dal governo”. E chiede di rinviare il voto sulla decadenza di B. a gennaio. Il 27 novembre il Senato approva la decadenza di B. Tutto l’Ncd vota contro. Alfano comunica: “Oggi è una brutta giornata per il Parlamento e l’Italia. Rivendichiamo con forza la storia di questi 20 anni. Ho sentito Berlusconi per dirgli che avremmo dato battaglia contro un cosa profondamente ingiusta”.   Ieri Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, ha annunciato alla Camera che il prefetto di Napoli, suo sottoposto, avrebbe sospeso subitissimo, prima che Napolitano arrivi in città, il sindaco Luigi De Magistris, condannato in primo grado (non in Cassazione) a 15 mesi con pena sospesa (non a 4 anni senza condizionale) per abuso d’ufficio sui tabulati non autorizzati di 8 parlamentari (non per una monumentale frode fiscale). Alfano avrebbe potuto attingere al suo repertorio e dire, in coerenza con se stesso, che De Magistris è il sindaco di Napoli più votato degli ultimi vent’anni, dunque gli va garantita l’agibilità politica; e poi la legge Severino non può essere applicata retroattivamente a fatti commessi nel 2007, cioè prima che venisse approvata nel 2012; e comunque la condanna è solo in primo grado e c’è la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva; e basta con l’uso politico della giustizia di chi vuole liquidare un avversario per via giudiziaria. Invece ha detto – a sua insaputa, s’intende – l’unica cosa giusta della sua inutile carriera: De Magistris va sospeso in base alla legge Severino, e subito. Non dopo 4 mesi: dopo 7 giorni. E alla fine non è neppure arrossito. La sua vergogna è emigrata un anno e mezzo fa in Kazakistan insieme al suo cervello, senza più dare notizie di sé.

 

 

 

Riformiamolo, con viva e vibrante soddisfazione

Ogni volta che un tribunale si avvicina a un politico per condannarlo, assolverlo o chiamarlo a testimoniare a Napolitano gli scappa sempre la riforma della giustizia.
E’ un’incontinenza ciclica la sua ormai. Non la può trattenere. Nella nuova richiesta urgente di riforma della giustizia  non più rimandabile: secondo Napolitano è solo da questa che può ripartire l’economia e dopo averla sollecitata anche in due precise occasioni, quando condannarono b e quando sempre b fu assolto dal processo per sfruttamento della prostituzione minorile  c’entrerà qualcosa la richiesta, ennesima, del tribunale di Palermo che chiede a Napolitano di comportarsi come un qualsiasi cittadino rispettoso delle regole che quando lo stato chiama, risponde?

Lo scopriremo solo vivendo.

***

Re Giorgio è stanco (e può andare via) – Fabrizio d’Esposito, Il Fatto Quotidiano

***

IL TESTIMONE NAPOLITANO - Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Il Fatto Quotidiano

***

Monumentale Sabina Guzzanti che introduce l’argomento del suo film in prossima uscita sulla trattativa stato mafia.

***

Nel paese col tasso più alto di corruzione e malaffare all’interno della classe politica e dirigente la riforma della giustizia, fortemente voluta dal presidente della repubblica che l’ha sollecitata in varie e precise occasioni anche prima di oggi, sarà frutto dell’accordo, del patto segreto di cui nessuno deve sapere fra un presidente del consiglio abusivo e un condannato per aver rubato allo stato.
Se non è un colpo di stato questo è sicuramente un colpo allo stato del quale sono complici tutti quelli che hanno agevolato le oscure e antidemocratiche manovre di palazzo che consentono ad un parlamento illegittimo, mantenuto in vita non da democratiche elezioni ma da una sentenza della Consulta che aveva intimato al parlamento di garantire la tenuta dello stato il tempo ragionevole per produrre una legge elettorale che permettesse ai cittadini di tornare a scegliersi i propri rappresentanti.
Renzi è in parlamento da oltre sei mesi, a Letta non fu concesso neanche un giorno di più perché non aveva portato nemmeno un risultato.
Nemmeno Renzi lo ha portato, a parte la quantità sesquipedale di chiacchiere non una cosa è stata fatta per garantire la tenuta dello stato e del diritto, anzi si lavora per sfoltire proprio nei diritti ma nessuno gli mette fretta: il progetto di demolizione dei diritti e di rendere vita facile alla casta deve andare avanti perché così ha detto e chiesto il re.

In un paese dove solo gli introiti provenienti da attività illegali e criminali fanno lievitare il Pil chissà di quale riforma della giustizia ci sarà bisogno. Vogliamo legalizzare l’illegale mentre vengono tolte tutte le tutele ai lavoratori onesti che si fanno il mazzo?
Mentre i giovani sono senza più nemmeno la possibilità di pensare un futuro e i disoccupati a quarant’anni troppo vecchi per rientrare nel circuito del lavoro?
Presidente, si dimetta, ché s’è fatta quell’ora.
Mai vista un’istituzione così palesemente contro il popolo che rappresenta e che continua a sostenere il sistema che ha distrutto lo stato sociale.

E dire che proprio lui il 25 aprile di due anni fa auspicava il riavvicinamento dei cittadini alla politica, chiedeva alla politica e alle istituzioni di cambiare registro per scongiurare il pericolo dei populismi.

 

Dei delitti, delle pene e della giustizia che non è giusta

Sottotitolo: oggi sappiamo che indossare una maglietta con scritto “Speziale libero” che non è un reato ma secondo la nostra giustizia creativa può costituire un’aggravante in caso di somma di imputazioni ma andare a manifestare davanti e dentro i tribunali per invocare la libertà di un delinquente ladro, corruttore colluso con la mafia è un normale esercizio di libertà di espressione che non costituisce eversione nemmeno se fra quelli che lo hanno fatto c’è il ministro dell’interno di questo paese, lo stesso che dà ordini alle forze dell’ordine e che impone il daspo all’ultrà violento: quello che Renzi diceva di voler dare ai politici indagati e condannati ma probabilmente quando lo ha detto “stava a scherza'”.

Oggi sappiamo che si può tenere in una galera qualcuno dei mesi senza un processo, senza una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza certa, che si possono spiattellare sui giornali anche i suoi fatti privati, tipo quante volte fa sesso con sua moglie o guarda dei filmini pornografici senza una santanchè che gridi alla violazione della privacy e nemmeno una Serracchiani che dica che non si è colpevoli fino al millecinquecentesimo grado di giudizio. Tutto questo e molto altro mentre il presidente del consiglio eleva a statisti riformatori, ovvero personalità alte e degne del compito di rivedere e correggere le norme costituzionali un condannato per frode, berlusconi, un plurindagato rinviato a giudizio per finanziamenti illeciti, Verdini e Donato Bruno,  indagato anche lui anche se non lo sa, dice che non lo hanno avvertito, è stato proposto per la Consulta, ovvero l’ultima stazione della difesa dei diritti di tutti.

 

***

L’umiliazione che poi diventa pubblica e materia per il gossip e il giudizio dei perbenisti ipocriti come metodo d’indagine.
Dunque ci sono dei magistrati che pensano che la frequenza dei rapporti sessuali coniugali di un ancora indagato ma che questo magnifico stato tiene in una galera da mesi sulla base di ipotesi non ancora certificate da una sentenza che ne stabilisca la colpevolezza, siano rilevanti per delinearne il profilo, così tanto da rendere pubblico il contenuto delle conversazioni fra Bossetti, il presunto assassino di Yara e i giudici che indagano su di lui.
Non si capisce a chi deve interessare se una coppia adulta guarda dei film porno, quante volte si unisce carnalmente e per quale motivo “notizie” di questo tipo devono diventare di dominio pubblico senza che nessuno difenda la vita privata di una persona che, benché sospettata di un omicidio, ha diritto a veder rispettati i suoi diritti fra cui anche quella privacy invocata sistematicamente per i politici mascalzoni.
Vale la pena di ricordare che sono state distrutte delle bobine dove erano registrate le telefonate fra il presidente della repubblica e un ex ministro indagato per aver mentito a processo proprio perché giudicate penalmente irrilevanti.
E nessuno saprà mai cosa si sono detti Napolitano e Mancino in quelle conversazioni, ma quante volte Bossetti faceva l’amore con sua moglie sì, si deve sapere.
Le persone normali fanno sesso e guardano anche i filmini porno se ne hanno voglia, e nel giudizio ultimo su Bossetti sulla sua colpevolezza o innocenza queste cose nel paese normale non dovrebbero costituire nessuna aggravante, in questo che è marcio e dove chi stabilisce e mette in pratica il diritto lo fa su indicazioni di chi è abituato a violarlo tutti i giorni, sì, sono un’aggravante, così tanto da meritare il pubblico ludibrio e la gogna mediatica. Cercavi giustizia, trovasti la legge” non è solo il ritornello di una canzone, in Italia.

***

Tutti ad applaudire lo stato quando arresta il delinquente di borgata, se napoletano è meglio perché i napoletani si sa, nascono con la criminalità nel dna e anche i romani non scherzano.
Probabilmente senza Gennaro De Tommaso la sera degli scontri all’Olimpico dai quali è scaturita poi la tragedia in cui ha perso la vita Ciro Esposito poteva accadere qualcosa di brutto anche all’interno dello stadio che però Genny, siccome è una carogna e conosce il linguaggio della strada ha potuto evitare che accadesse.
Ora le anime candide, già le vedo, penseranno che no, l’ordine nel paese normale lo gestisce lo stato, le forze dell’ordine che prendono ordini da quel sant’uomo di alfano e che non va bene che l'”antistato” della criminalità si sostituisca allo stato originale.
Giusto.
Ma allora non va bene neanche una persona più che vicina alla mafia, anzi proprio dentro la mafia, quella che fa saltare palazzi e autostrade stia collaborando non a rimettere ordine nella curva di uno stadio ma nella Costituzione di questa repubblica, persona che viene interpellata in materia di leggi e di regole per tutti.
Quindi mi dissocio dall’ipocrisia dilagante, quella di chi applaude il carabiniere che arresta il delinquente di periferia, lo stesso carabiniere che poi ci pesta il figlio in questura, per strada o nei sotterranei di un carcere fino ad ammazzarlo ma che diventa improvvisamente un eroe quando “accidentalmente” gli parte il colpo che ammazza chi un delinquente non era ma siccome era napoletano sicuramente ci sarebbe diventato.

***

Codice a sbarre – Marco Travaglio

“In Italia c’è una bandiera che sventola forte nel vento: questa bandiera è Matteo Renzi, dobbiamo riconoscerlo… Poi c’è una bandiera a mezz’asta che si chiama Berlusconi: vediamo di utilizzarla ancora, se è possibile”. Povero Cainano, va capito. A lui i giudici di sorveglianza, in cambio dei servizi sociali, hanno imposto varie prescrizioni, fra l’altro molto diverse da quelle cui era abituato: coprifuoco alle ore 23, obbligo di dimora ad Arcore o a Palazzo Grazioli, niente attacchi ai magistrati e soprattutto divieto di frequentare pregiudicati. Il che gli impedisce di andare a trovare Dell’Utri in carcere e di incontrare i tre quarti del suo partito. Renzi invece, almeno per ora, non ha di questi problemi. Infatti ha ricevuto il pregiudicato B. una volta al Nazareno e tre volte a Palazzo Chigi, molte meno comunque di Denis Verdini, che ieri ha collezionato l’ennesimo rinvio a giudizio (illecito finanziamento), dopo quello estivo per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Un amore. Ha voglia Bersani a chiedere di essere ascoltato anche lui: ha l’handicap insormontabile di essere incensurato.

“Vecchia guardia” da rottamare. B. & Verdini invece no. Da quando è salito a Palazzo Chigi, il giovin Matteo s’è fatto un sacco di nemici, sfanculando nell’ordine: i costituzionalisti, i senatori pidini dissidenti, il Parlamento tutto, i giornali italiani critici (praticamente uno), l’Economist, la Rai al gran completo, le autorità europee (ma solo a parole), il Forum di Cernobbio, Confindustria, i ministri Orlando e Giannini, l’Associazione nazionale magistrati, i sindacati, la minoranza del Pd, ovviamente i 5Stelle e molti altri gufi lumache avvoltoi rosi-coni conservatori per cui manca lo spazio. Gli unici con cui va d’amore e d’accordo sono Silvio & Denis. Il fatto di poter frequentare pregiudicati per lui non è un’opportunità: è un obbligo. E, già che c’è, lo estende anche agli indagati. Nel giro di sei mesi quello che si atteggiava a ragazzo pulito, lontano da certi brutti giri, s’è avvolto in una nuvola nera di habitué di procure e tribunali.   Barracciu, Del Basso de Caro, De Filippo e Bubbico al governo. Bonaccini candidato in Emilia Romagna. Rossi ricandidato in Toscana. De Luca candidato in Campania. D’Alfonso eletto in Abruzzo. Soru e Caputo paracadutati al Parlamento europeo. Faraone e poi Carbone in segreteria. Descalzi all’Eni. Papà Tiziano in famiglia. Prossimamente Donato Bruno alla Consulta. È la famosa “svolta garantista”: chi non ha ancora una condanna definitiva è illibato come giglio di campo.   Eppure lo Statuto del Pd, sempreché Renzi lo conosca (lo Statuto e il Pd), dice tutt’altro: “Condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni. Le donne e gli uomini del Partito democratico si impegnano a non candidare, ad ogni tipo di elezione – anche di carattere interno al partito – coloro nei cui confronti… sia stato: a) emesso decreto che dispone il giudizio; b) emessa misura cautelare personale non annullata in sede di impugnazione; c) emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero a seguito di patteggiamento; per un reato di mafia, di criminalità organizzata o contro la libertà personale e la personalità individuale; per un delitto per cui sia previsto l’arresto obbligatorio in flagranza; per sfruttamento della prostituzione; per omicidio colposo derivante dall’inosservanza della normativa in materia di sicurezza sul lavoro…” o “sia stata emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva, ovvero patteggiamento, per corruzione e concussione”. Appena finirono dentro le cricche di Expo & Mose, il renzianissimo sottosegretario Luca Lotti annunciò: “Le parole di Matteo contro la corruzione sono un monito, ora diamoci da fare. La pulizia deve cominciare. Ogni strumento va affinato, corretto, messo a punto: il codice etico e lo Statuto sono da cambiare e soprattutto attuare”. Matteo aveva appena promesso il “Daspo” per i corrotti. Ma tutti avevano equivocato. Era solo l’acronimo di uno straziante appello a Silvio: dai sposami.

Il vulnus Renzi ce l’aveva in casa. Chi l’avrebbe mai detto

Sottotitolo: un lato positivo nel referendum sull’indipendenza della Scozia c’è: quei deficienti dei leghisti, buzzurri, cialtroni, ignoranti, razzisti e violenti hanno finalmente imparato che né Amburgo né Strasburgo si trovano in Scozia.
Non tutto il male…eccetera, eccetera.

***

LA CASSA DI FAMIGLIA, GLI STRILLONI DEL PERÙ E IL TFR DI MATTEO (Marco Lillo)

***

LA BANCAROTTA DI CASA RENZI (Ferruccio Sansa e Davide Vecchi)

***

Il padre di Renzi si dice così preoccupato da non aver ancora nemmeno nominato un avvocato.
Se le colpe dei padri non ricadono sui figli in questo caso l’arroganza sicuramente sì.

***

La natura di “tutti” gli italiani non è quella di frodare lo stato, mafiare, gestire malamente i soldi degli altri per guadagnare in proprio, prendere le cose dove sono e continuare a campare onestamente.
E’ una tradizione che contraddistingue e riguarda un certo ceto sociale fatto di gente che, senz’alcun merito, con aiutini di vario genere dalla mafia alla politica e viceversa ha potuto raggiungere posizioni sociali elevate che hanno consentito ad intere famiglie di prendere possesso di questo paese fatto a fette e diviso in base a chi offriva di più ANCHE alla politica.
La politica che nel tempo ha chiuso gli occhi per convenienze reciproche agevolando attività non sempre legali, perché quando il potente dà una mano si crea quel circolo vizioso entro il quale le parole “non posso” sono bandite.

E’ vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ci mancherebbe, ma qui si parla di qualcosa di cui il figlio del padre era perfettamente a conoscenza. Il padre di Matteo Renzi è recidivo, l’avviso di garanzia di ieri non è la sua prima esperienza in materia di violazione della legge. Ecco perché è perfettamente legittimo avere qualche sospetto circa l’intesa di Renzi col pregiudicato interdetto e condannato il cui clou è, manco a dirlo, quella riforma della giustizia che sta molto a cuore anche a Napolitano, così tanto da averla sollecitata anche in due occasioni precise, subito dopo la sentenza che ha condannato berlusconi e immediatamente dopo la sua “assoluzione” nel processo per sfruttamento della prostituzione minorile. Quindi è chiaro a tutti, meno agli interessati e a quelli in malafede che esiste un problema di sopravvivenza della politica messa a rischio da chi chiede semplicemente che si rispettino le regole e la legge come da Costituzione, quella che Renzi vuole sabotare insieme a berlusconi. Problema che se si guarda a chi ha rappresentato e rappresenta la politica di questi ultimi due decenni entra in modo dirompente nella vita personale di alcuni rappresentanti della politica. Inutile ricordare che con una legge seria sul conflitto di interessi né berlusconi né Renzi avrebbero potuto intraprendere la carriera politica senza abbandonare prima quelle precedenti. Ecco perché risolvere i conflitti di interessi che soffocano questo paese è un tema che non interessa a Renzi come non interessava ai governi precedenti. L’imprenditore, il titolare d’azienda nel paese normale non fa politica. Qui invece non esiste una figura politica di quelle che contano che non abbia le mani in pasta ovunque ci sia da realizzare un guadagno che in molti casi viene agevolato proprio dalla politica. Il conflitto di interessi non è solo quello di berlusconi ma è quello dietro al quale si sono riparati tutti gli altri.

***

Un po’ di storia.
Il padre di berlusconi ha fatto carriera alla banca Rasini in cui è entrato da usciere uscendone da funzionario e dove appoggiavano i loro conti correnti personaggi del calibro di Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano.
I meriti del fu Luigi a cui la FIGC ha intitolato anche un torneo ufficiale di calcio [perché i meriti sono meriti], sono tutti nella fatidica domanda a cui berlusconi non ha mai voluto rispondere: “cavaliere, dove ha preso i soldi?”
Il padre del berlusconi in scala ridotta è un affarista che ha fatto carriera e soldi entrando nella Democrazia Cristiana e trovando dunque chi lo finanziava col denaro dei contribuenti grazie alla politica. Matteo Renzi ha continuato a percepire i contributi pagati dallo stato, dai cittadini, grazie all’azienda di suo padre dove era stato assunto dieci giorni prima di correre per l’elezione da presidente della provincia.
Contributi che gli sono stati pagati per dieci anni finché Il Fatto Quotidiano non si è occupato di questa vicenda ignobile.
Cosa che forse fa molto Italia ma non fa TUTTA l’Italia.
Fa quell’Italia che non ammetterà mai che in questo paese da cinquant’anni spadroneggia la classe politica più disonesta del mondo, ma non è colpa di tutti, di “noi” se c’è chi vende i suoi voti al mafioso e al camorrista, non è colpa dei “noi” e di tutti, di chi votava quelli che promettevano di cambiare le cose e di mandare a casa i disonesti se poi ci hanno fatto accordi sopra e sotto ai tavoli e oggi perfino alla luce del sole benedetti dal presidente della repubblica.

***

Tutto quello che mi viene in mente stamattina è racchiuso nella parola “tradimento”. Dell’azione “politica” di berlusconi ormai non c’è più niente da dire, ma almeno lui non ha mai fatto finta di volere altro dalla salvezza del suo patrimonio: coglioni e disonesti quanto lui quelli che hanno creduto all’uomo dei miracoli trascinando tutto il paese nella palude maleodorante [ma non abbastanza per Napolitano e Renzi] in cui il delinquente ha fatto affondare l’Italia.
Ma quelli che sono arrivati dopo avranno la stessa responsabilità di chi ha permesso che si arrivasse a questo punto.
Ovvero quelli che hanno spalancato le porte a berlusconi.
Perché sono quelli che fanno finta di tenerci, di volere il bene dello stato ma poi per opportunismo politico e per convenienza si piegano alle logiche sudicie delle manovre del palazzo e per la loro sopravvivenza politica mettono in pericolo la nostra di cittadini del paese reale tradendo tutti quei principi che facevano dell’Italia una repubblica fondata sul lavoro e il paese dove i cittadini erano tutti uguali. Dunque tradiscono quella Costituzione che è sempre stata un punto di riferimento e l’ancora di salvataggio mentre oggi è diventata l’intralcio che impedisce alla politica di demolire anche i diritti minimi di chi non ha gli stessi privilegi dei devastatori dello stato.
Non una cosa è stata fatta per giustificare i governi di emergenza, di larghe intese, quelli che Napolitano ha imposto per il bene del paese.
Nemmeno una.